La scuola riveste da sempre un ruolo fondamentale nella crescita dei giovani, sia per quanto attiene all’educazione e alla socializzazione, sia per il fondamentale contributo al raggiungimento dell’autonomia (intesa anche come autorealizzazione, autocontrollo, fiducia in se stessi, autoregolazione), all’acquisizione delle abilità sociali e alla maturazione di stili relazionali positivi.
L’ambiente scolastico, insieme al contesto famigliare, rappresenta, quindi, il luogo privilegiato per interventi a carattere preventivo e di promozione del loro benessere.
Da un’indagine realizzata recentemente da Eurispes e Telefono Azzurro emerge che, mediamente, un bambino o una bambina su tre ha assistito, nei locali scolastici, a episodi di prevaricazione fra pari. È un fenomeno molto diffuso fin dalle elementari.
Si ritiene che un’immagine negativa di sé, a causa di insuccessi scolastici o di carenze affettive nel rapporto con i genitori, sia all’origine del comportamento aggressivo che si traduce spesso in atteggiamenti violenti per guadagnare credibilità e potere nel gruppo dei coetanei.
Il problema del bullismo si configura come un fenomeno estremamente complesso, non riducibile alla sola condotta di singoli (bambini, ragazzi. preadolescenti e adolescenti maschi e femmine) ma riguardante il gruppo nel suo insieme, non solo – dunque - “bullo” e “vittima”.
Gli studiosi considerano questo fenomeno in crescita in tutti i paesi industrializzati e radicato all’interno di un quadro caratterizzato da indifferenza o paura di intervenire, tacita accettazione delle prepotenze e rinuncia a contrastare attivamente le sopraffazioni ai danni dei più deboli.
È importante definire chiaramente che cosa si intende veramente per bullismo poiché troppo spesso viene confuso o omologato con altre tipologie di comportamento dalle quali va, invece, distinto perché esse riguardano veri e propri reati (discriminazioni, microcriminalità, vandalismo, estorsioni, furti...).
Il prof. Dan Olweus[1] (docente di psicologia dell’Università di Bergen, in Norvegia) sottolinea che i fenomeni di bullismo e di vittimizzazione hanno una storia antica e che non tutte le dinamiche di aggressività e di prevaricazione tra minori sono definibili come tali. Questo errore è stato indotto da un uso indiscriminato del termine da parte dei mezzi di informazione e dalla conseguente diffusione di inesattezze.
Per fare solo qualche esempio tratto dalla Letteratura (e dal Cinema), non sono bulli quelli del Bagno Vespucci in “Agostino” di Moravia (1945) né “I ragazzi della via Pál” (di Ferenc Molnár 1907) che si contendono a Budapest uno spazio per giocare, anche se il piccolo Nemecsek, l’unico soldato semplice della “Società dello Stucco”, deve sopportare le ispezioni di un esercito di soli ufficiali. Non sono bulli nemmeno i ragazzi intemperanti dei paesini di Longverne e Velrans che si scontrano nella famosa “Guerra dei bottoni” di Louis Pergaud (1912). In questi ultimi due casi, infatti, siamo di fronte a “bande” contrapposte ed i ragazzi agiscono nel rispetto di un codice - pur discutibile -di regole comunque condivise.
Tornando alla teoria di Olweus, un ragazzo è vittimizzato quando viene esposto ripetutamente, nel corso del tempo, alle azioni offensive di uno o più compagni. Si tratta di un’autentica forma di oppressione in cui il prevaricatore agisce in gruppo, è forte fisicamente ma spesso è carente di affetto in famiglia mentre la vittima ha, in genere, una sensibilità superiore alla media, è debole fisicamente ed emotivamente, ha scarsa autostima ed è un solitario.
Il bullo, dunque, si caratterizza per la sua scarsa empatia e non agisce mai isolato. In genere si fa forte del consenso diretto o indiretto dei compagni presenti che fanno finta di non vedere o approvano tacitamente, quando non sono esplicitamente consenzienti. Di solito essi manifestano antipatia nei confronti della vittima che, d’altra parte, non si rivolge quasi mai all’adulto per chiedere aiuto forse per un assurdo senso di colpa o per la vergogna di non essere abbastanza forte da contrastare da solo la prepotenza e le ingiustizie subite. Pochi prendono spontaneamente le sue difese, sia per timore delle ritorsioni, sia perché è, spesso, impopolare ed i compagni finiscono per pensare che, in fondo, merita quel trattamento. Sarebbe fondamentale riuscire ad attivare, in favore della vittima, quella “maggioranza silenziosa”.
Non si deve dimenticare che i prepotenti che si divertono a tormentare i compagni più deboli non sono “personaggi recenti”: ci sono sempre stati, anche quando non si chiamavano ancora “bulli” (se ne trova un famosissimo esempio nel libro Cuore di Edmondo de Amicis). Compiono soprusi, aggressioni fisiche, ma anche intimidazioni verbali (minacce, insulti, prese in giro) e /o psicologiche come l’esclusione, l’isolamento e la diffusione di calunnie sul conto delle vittime (questo ultimo tipo di bullismo, definito “indiretto”, è tipico delle femmine). Recentemente tale fenomeno si è “avvalso” delle tecnologie più aggiornate (diffusione di filmati, foto, ingiurie con l’uso di telefonini e di siti Internet), mettendo in atto il cosiddetto “cyberbullying”.
Gli studi e le ricerche su queste problematiche e sul loro continuo incremento sono relativamente recenti e definiscono un articolato quadro di interazioni, ambienti, circostanze.
Tradizionalmente, in Italia, veniva considerato “bullo” un individuo esibizionista, sbruffone, gradasso, che tende a prevaricare senza mai, tuttavia, raggiungere quelle caratteristiche di cattiveria e di sadismo che invece sono tipici del fenomeno così come viene sempre più spesso osservato oggi. È stata anche rilevata una certa “complementarietà” tra il prepotente e la sua vittima, talvolta addirittura la coesistenza, nella stessa persona,di entrambe le tendenze.
Bullo, con la sua variante arcaica “bulo” dall’etimologia incerta, forse germanica, è attestato in italiano già dal 1547.
Le prime definizioni di bullismo sono del 1958 e si riferiscono all’atteggiamento, al comportamento da “spaccone” (v. Zingarelli) di un “giovane prepotente, bellimbusto, teppista” oppure di “chi si mette in mostra per spavalderia”. A queste caratteristiche si aggiunge poi qualche altra precisazione: (v. De Mauro) “ persona di modi volgari che si veste in modo pacchiano e vistoso”. Il termine attuale è la traduzione letterale di “bullying”, parola inglese comunemente usata nella letteratura internazionale per caratterizzare il fenomeno sociale delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo.
Il bullismo può allignare anche in ambienti extrascolastici, per esempio nel gioco o nello sport dove si manifesta con l’esclusione, gli insulti, gli scherzi pesanti, la colpevolizzazione della vittima per eventuali insuccessi della squadra. Ciò può essere incoraggiato da un clima troppo teso, dall’eccessiva esaltazione del “risultato” e della prestazione a tutti i costi.
È fondamentale che gli adulti, dopo opportuni approfondimenti e discussioni guidate, aiutino i giovani a stigmatizzare i falsi valori, i pregiudizi e gli stereotipi che supportano il comportamento del persecutore e che spesso vengono interiorizzati dal gruppo:
- “i prepotenti sono ammirati, riescono ad ottenere quello che vogliono ed hanno meno probabilità di diventare vittime”
- “è gratificante dominare gli altri e ottenere accondiscendenza e complicità”
- “alcune persone meritano di essere prevaricate”.
Chi è interessato ad approfondire questi temi può consultare materiali vari e interventi di esperti messi recentemente a disposizione sui siti internet:
il primo portale online per la tutela dei ragazzi e dei bambini che subiscono persecuzioni da parte dei coetanei. È operativo dal 2006
La nostra scuola ha pensato di promuovere la discussione e la riflessione anche grazie ad un breve ciclo di film per avvicinare i ragazzi all’argomento in modo delicato ma rigoroso, per renderli consapevoli dell’importanza del rispetto reciproco e delle regole del vivere civile.
Come è tradizione dell’annuale cineforum, ogni film verrà brevemente introdotto e, alla fine della proiezione, durante il dibattito, gli alunni esprimeranno e condivideranno impressioni, sensazioni, emozioni, eventuali critiche e dubbi.
Il Bullismo nel Cinema
L’immagine cinematografica tradizionale del bullo è quella che si è formata nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare nel cinema statunitense in cui i bulli sono personaggi spesso solitari, che rifiutano le regole del mondo adulto cercando disperatamente una propria dimensione alternativa a quella imposta dalla società del tempo.
Le strategie del sistema hollywoodiano, in quegli anni si orientarono verso una serie di personaggi giovani, ribelli e tormentati, interpretati da una nuova generazione di attori divenuti in breve tempo vere e proprie icone del disagio adolescenziale e postadolescenziale: James Dean, Marlon Brando, Montgomery Clift, e cantanti – attori come Elvis Presley. Il modello proposto era quello di una figura maschile fondamentalmente insicura, priva di spinte morali forti, insofferente nei confronti delle regole, in altre parole il teppista – si pensi al Marlon Brando con il giubbotto di pelle in Il selvaggio (1954), al rissoso ma sensibile James Dean in Gioventù bruciata (1954) o al Delinquente del rock and roll, con Presley.
Film come Rusty il selvaggio (1983) e I ragazzi della 56ª strada (1983), entrambi di Francis Ford Coppola, sono improntati, pur con stili diversissimi e a tratti opposti, a una sorta di romanticismo nostalgico.
È, quindi, da rilevare la profonda differenza tra l’accezione usuale del termine “bullo”, legata a tali immagini, e quella più recente, relativa al comportamento di adolescenti che usano sistematicamente violenza fisica, verbale o psicologica nei confronti di propri coetanei ritenuti più deboli e vulnerabili.
Uno dei film che negli ultimi anni hanno affrontato il tema delle dinamiche di gruppo giovanili e della violenza nelle scuole è Elephant ( 2003) di Gus Van Sant, ispirato ai tragici avvenimenti accaduti nel 1999 alla Columbine High School di Littleton (due studenti della scuola fecero irruzione nell’edificio armati aprendo il fuoco su coetanei e insegnanti e causando una strage) e, pur non presentando analisi sociologiche, né tentando la strada dell’analisi psicologica dei personaggi, costituisce uno dei più lucidi documenti sull’adolescenza nelle società postindustriali. Senza innescare alcuna logica causale, il film mostra come alcune delle vittime e dei carnefici di quella strage fossero stati oggetto di atti di bullismo, messi ai margini dai gruppi di pari, costretti a rendersi invisibili agli occhi degli altri (come Michelle, una delle studentesse uccise, obbligata a sopportare la derisione delle compagne a causa della sua goffaggine) oppure a cercare di ottenere visibilità estrema (come Alex, uno dei due sparatori, anch’egli vittima di scherzi feroci da parte dei compagni), cancellando tutti gli altri.
Nei film di ambientazione scolastica, il bullismo è certamente uno dei temi più presenti.
È significativo notare, a questo proposito, che, mentre il bullismo (o qualcosa che è possibile definire così) degli anni Cinquanta e Sessanta (sia nei film prodotti in quegli anni che nelle pellicole più recenti ambientate in quel periodo) è essenzialmente diretto contro i docenti, la scuola e le istituzioni in generale, quello rappresentato nei film più recenti è il bullismo vero e proprio, inteso nella sia accezione attuale.
Un esempio emblematico è Il seme della violenza (1955) di Richard Brooks, che narra le vicissitudini di un giovane insegnante pieno di buoni propositi, costretto a scontrarsi con la durissima realtà di una scuola professionale in un quartiere ghetto di New York dove i ragazzi sono riuniti in bande che praticano regolarmente il teppismo. Sebbene non manchino sequenze in cui i bulli prendono di mira anche i propri coetanei, il conflitto al centro dell’attenzione è quello tra docenti e allievi.
Se... ( 1968) di Lindsay Anderson è ambientato in una public school dove il bullismo è di segno decisamente opposto. Gli allievi anziani del college, infatti, sono autorizzati dal corpo docente a punire anche con la violenza chiunque non si conformi alla rigida disciplina della scuola. Le vessazioni quotidiane (regolate, addirittura, da un rigido rituale) fanno parte del bagaglio di “esperienze” che ogni studente deve compiere per maturare adeguatamente.
In Evil - Il ribelle (2003) diretto da Mikael Håfström, il nonnismo si fonda sulla sistematica emarginazione e umiliazione degli elementi considerati inferiori o diversi.
È interessante, a questo proposito, il film Mona Lisa Smile (2003) di Mike Newell, ambientato in un prestigioso college femminile negli anni Cinquanta. Narra le vicende di una giovane insegnante che tenta di aprire alle proprie allieve orizzonti di realizzazione personale diversi da quello a cui sembrano automaticamente predestinate, cioè la rinuncia a qualsiasi ambizione professionale per sposare uomini di successo. In questo caso non sono le umiliazioni fisiche a dominare ma la pressione psicologica, l’isolamento e l’emarginazione esercitate da un gruppo di studentesse particolarmente conformiste nei confronti delle coetanee che osano nutrire ambizioni e della giovane professoressa nei confronti della quale usano la delazione e il ricatto.
In Caterina va in città (2003) di Paolo Virzì, la protagonista è una ragazzina alla ricerca di una propria identità riconoscibile e riconosciuta. Arrivata nella capitale dalla provincia, deve confrontarsi prima con l’anticonformismo e l’impegno politico a tutti i costi che caratterizzano un gruppo di compagni di classe e, successivamente, con l’adesione acritica alle tradizioni (anche quelle peggiori), la caccia agli status symbol imposti dalla moda, l’artificiosa ricerca della spensieratezza e del divertimento che connotano l’altro gruppo in cui la classe è divisa. Cooptata prima da una poi dall’altra fazione, Caterina sarà emarginata da entrambi i gruppi a causa della sua irriducibilità a una serie di regole non scritte ma efficacissime per includere o escludere dal gruppo. Ciò che emerge è soprattutto la capacità delle giovani protagoniste di “fare blocco”. Caterina è l’unico personaggio del film che desideri davvero costruirsi una propria identità e, proprio per questo, viene espulsa e, in ultima analisi, non fa altro che rafforzare la coesione del gruppo.
Diverso è il caso di Thirteeen (2003) di Catherine Hardwicke, nel quale torna lo schema dell’emarginazione prima, e dell’iniziazione poi, di un’adolescente timida e complessata da parte di un gruppo di coetanee più scaltre. Emergono gli universi famigliari disgregati e sostanzialmente indifferenti verso la condizione vissuta dalle protagoniste che, proprio attraverso i loro atteggiamenti trasgressivi e disinibiti, cercano una propria visibilità.
Nei film di fantascienza che affrontano questi temi, si propone un’alternativa alla realtà, alla gravità (nel senso sia di condizione esistenziale che di forza di attrazione terrestre) attraverso creatività, studio e applicazione. È ciò che tentano di fare Ben, Wolfgang e Darren, i tre ragazzini protagonisti di Explorers (1985), di Joe Dante, una favola astratta e surreale. Diversissimi tra loro sono, ognuno a proprio modo, degli emarginati, continuamente vessati sia sotto il profilo morale, sia sul piano fisico da un gruppo di studenti più grandi. Ben, il sognatore, è la vera guida del gruppo, Darren è un teppistello in cerca un’alternativa qualunque alla vita che conduce, Wolfgang il classico secchione, è una sorta di scienziato visionario.
Ritorno al futuro (1985) di Robert Zemeckis offre molti spunti di riflessione. Il protagonista, Marty, non è un adolescente particolarmente problematico che vive con il padre George, un cinquantenne succube del suo principale, Biff, che attua su di lui un continuo mobbing e con la madre, una casalinga frustrata e depressa. Un viaggio indietro nel tempo fino all’anno 1955, compiuto grazie all’invenzione di un suo amico scienziato, costituisce l’occasione per rendersi conto che le cause della triste condizione vissuta del genitore risalgono ai tempi del liceo.
Basta guardare il cielo (1998), di Peter Chelsom mostra che l’esclusione da parte del gruppo ai danni di chi è diverso si esplica tanto nei confronti di chi è fisicamente debole, sia di chi avrebbe, se non altro, forza e prestanza fisica.
Oltre
il silenzio (2008)
di Angelo Antonucci è
il primo film italiano interamente centrato sul bullismo nelle scuole ed è
ispirato ad una storia vera. Vuole offrire spunti di riflessione e un
messaggio di speranza, nella ferma convinzione
che il coraggio di parlare e quindi di
andare oltre il silenzio è l’unica forma per fermare e scoraggiare i soprusi.
Fra i prodotti audiovisivi recentissimi è da citare Togliamoci la maschera, il video didattico curato da Elena Buccoliero e Daniela Donà che affronta il tema attraverso una serie di interviste a studenti e insegnanti della scuola media superiore alternandole al commento di un attore che usa delle maschere. Emergono luoghi comuni e stereotipi diffusi nella mentalità di molti ma, allo stesso tempo, un’immagine insospettabile degli stessi protagonisti, la grande debolezza dei violenti e la forza di coloro che ne sono vittime.
[1] È anche autore del libro “Bullismo e scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono” (Giunti, Firenze 1993)